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Fondato a Como il 17 Novembre 1977, opera nel campo culturale.  
 
  

   
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DALLA GRECIA: GIORGOS SEFERIS

Giorgos Seferiades (Seferis, nom de plume) (Γιώργος Σεφέρης) (Smirne, 1900 - Atene, 20 settembre 1971) è stato un poeta greco, Premio Nobel per la letteratura nel 1963.

Studiò Giurisprudenza a Parigi dove seguì il padre, insigne giurista e letterato. È il 1922 quando nei massacri d'Anatolia muore ogni sogno di potenza ellenica. Quel disastro incise profondamente nell'animo del giovane, che in seguito avrebbe sofferto nella sua poesia per tutti i popoli e le civiltà in esilio. Ritornò ad Atene. Entrò nel corpo diplomatico. Nel 1941 seguì la sorte del governo greco al Cairo. Aveva avuto a Parigi intense relazioni nell'ambiente artistico. A Londra si incontrò con la poesia di Eliot che, attraverso le traduzione che lui ne fece a più riprese, lo aiutò alla definitiva scoperta di sé. La nostra fine è certa, diceva l'insegnamento di Kavafis, eppure la poesia è ancora utile... affermò Seferis in un famoso discorso. Convinto che l'abisso sarà sempre un pozzo senza fondo, osò invece cantare 'il gelsomino' che 'resta bianco' anche se annotta.

Fu insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1963.

Chi solleva i macigni cola a picco, le sue incisive parole contro ogni forma di tirannia: ...questi macigni alzai fin che potei / questi macigni amai fin che potei... (dal sito Wikipedia)

L'ultimo giorno

La giornata era fosca. Nessuno prendeva decisioni.
Soffiava un vento lieve: “ Non è greco, è scirocco”
    disse qualcuno.
Qualche cipresso magro inchiodato al declivio e il mare grigio,
con lagune di luce, laggiù.
I soldati presentavano le armi quando venne una pioggia
    fina fina.
“Non è greco, è scirocco”: l’unica decisione che s’udì.
Pure, lo sapevamo che l’indomani non avremmo avuto
più nulla, né la donna che beve al nostro fianco il sonno,
né la memoria d’essere stati uomini, una volta,
più nulla, l’indomani.

“Questo vento dà idea di primavera” mi diceva l’amica
camminandomi a fianco e guardando lontano
“di quella primavera che calò improvvisa
d’inverno presso il mare chiuso.
Tanto inattesa. Tanti anni passati. Come
morremo?”

Girava una marcia funebre nella pioggia sottile.
Come muore un uomo? Strano, nessuno ci ha pensato.
E per chi ci ha pensato è stata come una reminiscenza
di certe vecchie cronache
del tempo dei crociati o della naumachia di Salamina.

Pure, la morte è una cosa che succede: come muore
un uomo?
Pure, la morte ognuno la guadagna, la sua morte che
non è di nessun altro:
questo gioco è la vita.
Declinava la luce sulla giornata fosca. Nessuno
prendeva decisioni.
E l’indomani non avremmo avuto più nulla: una totale
resa; neppure più le nostre mani;
le nostre donne schiave di stranieri alle fontane
e i nostri figli nelle latomie.
Camminandomi a fianco cantava l’amica una canzone
mutilata:
“La primavera, e poi l’estate, schiavi...”
Venivano alla mente vecchi maestri che
ci lasciarono orfani.
Una coppia passò chiaccherando:
“La sera m’ha stufato, andiamo a casa,
andiamo a casa a accendere la luce”.

***

DALL'ITALIA: ANDREA TEMPORELLI

Come lui stesso ci tiene a dire, Andrea Temporelli non esiste. Ciò che esiste è un libro, “Il cielo di Marte”, pubblicato da Einaudi nel 2005, e una rivista trimestrale di poesia, “Atelier”. Perché Andrea Temporelli non esiste? Semplice, è uno pseudonimo dietro al quale si cela Marco Merlin, 33enne di Borgomanero. Ve lo lascio presentare da chi lo ha fatto meglio di quanto potrei fare io, da Alex Caselli, nella sua recensione al libro sulla rivista Poesia 2006.


LA MORTE ENTRA NELL'EROS

Una raccolta di Temporelli — all’anagrafe Marco Merlin — è stata edita nel 1999 con questo stesso titolo dalle edizioni della rivista «Atelier», di cui il poeta è fondatore e condirettore. Viene ripresentata ora da una grande casa editrice come Einaudi, il che è veramente un successo per un poeta nato nel 1973 e quindi ancora giovanissimo. Certo, nel corso degli anni Andrea Temporelli si è saputo conquistare con pazienza un pubblico di lettori e critici, dimostrando una costanza e un impegno decisamente apprezzabili. Sullo pseudonimo tutt’altro che sereno — Andrea per un fratello morto prima della sua nascita, Temporelli come il cognome della madre anch’essa deceduta — ha detto bene Umberto Fiori parlando di “doppia lapide” e di una consequenziale poesia che si costruisce su questa doppia perdita.
La lingua di questo poeta non arriva però dalla lirica personale, intimista, ma attinge alla poesia di dolore civile, di introspezione narrante di un poeta come Vittorio Sereni, diventato maestro di una precisa generazione. Dal minaccioso esergo sereniano («potrei / con questa uccidere, con la sola gioia...») riportato all’inizio, si può trovare un punto di partenza ideale, per una poesia che si costruisce sulla continua lotta per la sopravvivenza. Da una parte il poeta nel suo quotidiano, in un’esistenza inquadrata pubblicamente e privatamente, dall’altra parte una serie di figure a volte sfumate come la bambina di Favola, altre volte più nitide e delineate come il dottore protagonista in La canzone di Sergio. In queste trenta poesie dal respiro di un poemetto si alternano squarci di narrazione, l’«understatement prosastico della linea lombarda» — come da quarta di copertina — a momenti di vere e proprie planate filosofiche che trasfigurano il racconto in ragionamento astratto. A volte succede anche il contrario, come nella poesia che chiude la raccolta, dove si parte da un’immagine improbabile: «Talvolta accade (pensa al primo uomo / su Marte) di trovarsi dentro a un angolo / dell’universo vergine e inondato / di luce...», per arrivare a un qualcosa di più “terrestre”, come un “prato”, un “posteggio”, un “cortile”. Restando su questa poesia, potrei aggiungere come caratteristica intrinseca, fra significati e significante, un senso di ineluttabilità. La scoperta che non esiste «nessun luogo in cui andare o far ritorno», non cambia nulla se non si ha «né colpa né merito», se non si può influire in nessun modo sul corso delle cose. Ciò che deve avvenire avviene comunque: questa mi sembra in sintesi la visione del poeta.
Anche nel ritmo queste poesie procedono con un senso d’inevitabilità: un’amara litania che non diventa macabra o grottesca, ma rimane fissata in versi quasi sempre sobri, a volte misteriosi. In essi le rime — quando ci sono — come in una cantilena diventano ipnotiche. In una poesia come La cospirazione, mentre tre amici stanno seduti al bar discutendo sulla fine del Novecento, il poeta declina il pensiero altrove: «Magari proprio adesso, in qualche angolo / dell’universo, muore / un pianeta o si forma un’incredibile / catena di molecole». Nella seconda parte della poesia la foga di uno dei tre uomini nel lanciare il suo proclama «“Si deve / dire ciò che si sa, ciò che sappiamo”», appare in contrasto con una dimensione divenuta ormai irreale, dove tutto appare già segnato, nella vita come nella morte.
Parlando del lavoro di Temporelli, Matteo Marchesini annotava su queste pagine che «la morte è davvero dappertutto: come possibilità, e quindi come incombenza, nel senso di spada sospesa, di pervasivo sogno a occhi aperti e al contempo di responsabilità di cui occorre farsi heideggeiramente carico». Questo continuo fare i conti con “i margini della vita” camminando «presi nel ritmo binario di dono / e perdita», non è mai sentito come minaccia, ma come conseguenza inevitabile, se vita e morte per il poeta sono legate fin dall’origine. La “gioia” sereniana che può uccidere, non è un paradosso, ma la stretta linea di confine su cui si muove la poesia di Temporelli. Devo confessare che prima di leggere queste trenta poesie, questi versi di Sereni mi sembravano la premessa a qualcosa di fastidio. La gioia, diventata punto di partenza — e non una conquista — poteva costituire l’altare mellifluo da cui pontificare sulla vita, come sulla morte, senza farci troppo i conti, e il poeta, sentendosi forte di questa armatura, avrebbe potuto dire qualunque cosa. Questa impressione si è smentita alla lettura.
Temporelli scrive di «dono» e «perdita» davvero con un senso di responsabilità, facendo veramente i conti con la morte. Semplicemente, per lui è tutto deciso, tutto è scritto e non si può fare nulla, neanche con i buoni propositi. La morte entra perfino nell’eros: «mi seduci, ma da tempo hai deciso / la mia sorte». Temporelli compone le sue poesie come un fotografo che conosce ogni dettaglio della fotografia che ha appena scattato, ma aspetta la verifica della stampa. Le sbavature — poche per il libro di un esordiente — sono a volte la cattiva messa a fuoco dei dettagli, e le impennate retoriche che sorprendono il lettore in qualche passaggio, il vezzo che viene, diciamo, dal sentirsi troppo al sicuro sul terreno della tradizione. Quando Temporelli riesce a lasciare da parte questo progetto più “alto”, e la responsabilità rimane legata alle ossessioni vitali della sua poesia, il risultato è sicuramente degno di nota, e come nella bella poesia La voce e il tempo, l’energia dei versi si ricollega direttamente alla forza del pensiero.



 
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